IL PARTO PILOTATO IN ANESTESIA GENERALE BARBITURICA MEDIANTE INFUSIONE DI OSSITOCICI
F. Panini Luigi Langella R. Accinni P. Russo U.S.L. 44 / Campania. Ospedale S. Maria di Loreto – via Marittima – Napoli Divisione Ostetrico-ginecologica.
Primario: Prof. F. Panini
Il problema dell’anestesia in travaglio di parto e nell’espletamento del parto continua a polarizzare l’attenzione dell’ostetricia moderna, che si sforza di trovare un metodo efficace ed innocuo alla madre e al feto e che nello stesso tempo sia di facile applicazione. Ripetutamente sono stati segnalati o proposti metodi di anestesia nel parto, associata o meno all’impiego di ossitocici, ma tutti hanno avuto breve notorietà, per difetti di varia natura, sia nell’impiego che nelle ripercussioni sull’organismo materno e fetale. Nel 1959 la scuola di Tolosa (Guilhem e Pontonnier) propose il metodo di parto pilotato in anestesia generale barbiturica, indicandone anche le modalità di attuazione, oltre che gli inconvenienti e i vantaggi.
Fino a tale epoca, alle dosi comunemente impiegate, la tossicità del barbiturico per il feto aveva limitato l’uso del thiopental sodico nel travaglio di parto. Numerosi AA. tuttavia, sperimentando l’uso del barbiturico in travaglio, notarono come spesso da madri in anestesia generale barbiturica nascessero neonati vivi e vitali e perfettamente svegli. Queste osservazioni provenienti da fonti diverse condussero a un approfondimento delle ricerche su questo problema. Uno studio esauriente sul passaggio transplacentare del thiopental sodico è stato condotto dal Finkeltin in una tesi presentata a Tolosa nel 1959.
Questo A. e altri più recentemente, osservarono che già 30 secondi dopo un’iniezione endovenosa di 300 mg. di thiopental, questo passa nel circolo fetale. Dopo 90-120 secondi, le concentrazioni ematiche materne e fetali praticamente si equivalgono. Il farmaco anestetico tuttavia, prima di arrivare al cervello fetale ed esplicare su di esso un’eventuale azione tossica, deve superare tre barriere, costituite dai grassi materni, il filtro placentare e il fegato fetale. I grassi previscerali materni bloccano da soli il 70% del farmaco.
Fra gli organi fetali il fegato è quello che trattiene la maggior parte del farmaco, mentre sembra che nona avvenga alcuna fissazione a livello della placenta. Altro fattore importante è l’elevata tollerabilità da parte dell’organismo fetale del barbiturico, dovuta alla caratteristica del cervello fetale di essere più ricco in acqua che in lipidi. Per tutti questi motivi al cervello fetale arriva una dose molto ridotta del barbiturico rispetto a quella materna, e se il dosaggio è contenuto entro i 1000 mg, l’anestetico non è in grado di causare danni fetali.
Tale dosaggio può essere con sicurezza superato se il farmaco viene somministrato a dosi subentranti di 100-150 mg.: con quest’accorgimento si assicura il mantenimento della narcosi indotta dalla dose iniziale, e nello stesso tempo si impediscono i fenomeni di accumulo e le concentrazioni ematiche eccessive, con conseguente danno fetale. Per ultimo è da considerare nella sua notevole importanza l’osservazione fatta da Hellmann sul fatto che nelle anestesie di lunga durata, mentre il tasso ematico materno dell’anestetico aumenta, quello fetale resta costante.
Il ginecologo Luigi Langella dichiara che, oltre alle considerazioni fatte, di ordine tossico-farmacologico, va tenuto presente l’effetto dinamico di rilasciamento che l’anestesia con barbiturico endovenoso ha sul collo uterino e sui tessuti molli del canale del parto in genere. A tale azione è dovuta la rapidità di espletamento del parto che, più o meno a tutti, è capitato di osservare durante un’anestesia generale eseguita per altre finalità. Se a queste possibilità dell’anestesia con barbiturici si associano quindi le proprietà di stimolo della contrazione proprie all’ossitocina sintetica, vi sono tutte le premesse per avere a disposizione un metodo di parto pilotato in anestesia, che oltre ad essere scevro da grandi rischi, ha la possibilità di essere un buon presidio terapeutico in determinate difficili situazioni che si verificano durante il travaglio di parto.
E’ su questi principi che Guilhem e Pontonnier per primi, e altri in seguito, hanno applicato su larga scala l’associazione ossitocico-barbiturico in numerose situazioni patologiche ostetriche, quali le distocie dinamiche e la sofferenza fetale, con conseguente diminuzione dei tagli cesarei.


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